DIPINTI ANTICHI E OPERE DI ECCEZIONALE INTERESSE STORICO ARTISTICO

Firenze, 
mer 15 Maggio 2024
Asta Live 1284
66

Dosso Dossi
(San giovanni del dosso, 1486 - Ferrara, 1542)

Attribuito a Dosso Dossi

€ 80.000 / 120.000
Stima
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Attribuito a Dosso Dossi

(San Giovanni del Dosso oppure Tramuschio, 1486 circa – Ferrara, 1542)

MADONNA CON BAMBINO IN TRONO CON SAN GIOVANNINO E ANGELI

olio su tavola, cm 31,5x22,6

sul retro, sigillo in ceralacca con due stemmi sovrastati dalla corona ducale a cinque punte e contornati d’alloro (a destra è riconoscibile l’insegna dei Borbone delle Due Sicilie, mentre a sinistra lo stemma dei du Berry); al centro della tavola, raffigurata la corona ducale e, al di sotto, l’iscrizione in rosso “Galerie de S.A.R. Madame/Duchesse de Berry/ à Venise”

 

MADONNA AND CHILD ENTHRONED WITH SAINT JOHN AND ANGELS

olio on panel, cm 31,5x22,6

 

Provenienza
Collezione Maria Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone (duchessa di Berry), Venezia, Palazzo Vendramin;
Collezione privata

Bibliografia

E. Negro, Giovanni di Niccolò Luteri o de Lutero detto Dosso Dossi, in Arte Emiliana dalle raccolte storiche al nuovo collezionismo, a cura di Graziano Manni, Emilio Negro, Massimo Pirondini, Modena 1989, pp.34-35

A. Ballarin, Dosso Dossi. La pittura a Ferrara negli anni del ducato di Alfonso I, vol. I, 1995, p.318, fig. 390.

 

Opera dichiarata di interesse particolarmente importante dal Ministero della Cultura, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e per le province di Pistoia e Prato, con D. M. del 7/11/2019.

The Italian Soprintendenza considers this lot to be a work of national importance and requires it to remain in Italy; it cannot therefore be exported from Italy.

 

La piccola e pregevole tavola qui presentata è stata attribuita dalla critica d’arte alla mano del pittore ferrarese Giovanni di Niccolò Luteri o de Lutero, detto Dosso Dossi.

Formatosi nella bottega di Lorenzo Costa, divenne ben presto pittore ed apparatore ufficiale di Alfonso I ed Ercole II d’Este, duchi di Ferrara.

Roberto Longhi, che fece di lui il sommo protagonista del Cinquecento ferrarese, vedeva nell’artista il connubio perfetto tra la tradizione locale e le nuove sperimentazioni lagunari, in particolare avvicinandolo alla pittura di Giorgione, Tiziano e Sebastiano del Piombo.

 

La nostra opera è un perfetto intreccio tra queste due culture pittoriche.

La composizione è ricca di colori caldi ed effetti di luce dati con ampie pennellate, tutti elementi che l’artista aveva assimilato dai grandi maestri della pittura veneziana.

La presenza di questi leggeri tocchi di colori, fatti per creare una lieve brezza che anima tendaggi e fogliami, porta alla costruzione di un’atmosfera fantastica, stilema ricercato principalmente nella cultura rinascimentale ferrarese.

 

Riprendendo quando già ipotizzato da Cavalcaselle e Oberhuber, Peter Humfrey (comunicazione scritta alla proprietà) vede in quest’opera un chiaro riferimento alla conoscenza che l’artista ebbe delle opere di Raffaello, ricollegandola ad un probabile viaggio che il Dosso fece a Roma nel 1513. Ciò troverebbe riscontro, secondo lo studioso, se si confrontano la posa della Vergine del nostro dipinto con la Madonna di Foligno, che il pittore umbro eseguì nel 1512.

Da questa considerazione deriverebbe una datazione dell’opera intorno alla seconda decade del XVI secolo, ipotesi approvata dalla maggior parte della critica d’arte in base anche alla messa in relazione del dipinto qui esposto con altre tavole realizzare dal Dosso tra il 1513 e il 1517, come la Zingarella della Galleria Nazionale di Parma o la Madonna col Bambino della Galleria Borghese.

 

L’opera venne per la prima volta pubblica da Emilio Negro come attribuita a Dosso Dossi (1989). Fu in seguito associata da Ballarin alla figura di Battista Dossi (1995).

Tale attribuzione è stata oggi messa in discussione sia a livello stilistico, in quanto la scarsa qualità a cui faceva riferimento Ballarin non è per forza da ricollocare alla figura di Battista ma può rimandare chiaramente allo stile pittorico sviluppato dal Dosso in quegli anni (in primis, nel poco interesse che l’artista aveva dimostrato per la raffigurazione degli ideali classici di bellezza), sia a livello cronologico, poiché Battista iniziò ad avere una propria autonomia pittorica poco prima della morte di Dosso, tra il 1542 e il 1548, rendendo quindi difficile una completa attribuzione del pittore ad un’opera che viene generalmente datata al secondo decennio del XVI secolo.