ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA E OPERE DALLA RACCOLTA DI ANTONIO PAOLUCCI

lun 24 Marzo - mar 1 Aprile 2025
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Igor Mitoraj ©  
(Oederan, 1944 - Parigi, 2014)

IGOR MITORAJ

€ 2.000 / 4.000
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IGOR MITORAJ

(Oederan 1944 - Parigi 2014)

Torso

bronzo

cm 27,5x22,5x10

al lato incisa firma e numerazione

esemplare 7/25

 

Provenienza
Collezione Antonio Paolucci, Firenze (ereditato dall'attuale proprietà)

 

"La genesi di un artista è sempre un processo affascinante che tuttavia è necessario conoscere e capire se si vuole fare opera di storico. E dunque come nasce all'arte Igor Mitoraj, questo meraviglioso "barbaro" che ha studiato a Cracovia, che viene dai Paesi iperborei al di là del limes romano? All'inizio - scrive Carlo Del Bravo forse il critico più attento e più sensibile dello scultore polacco - deve esserci stato l'incontro rivelatore nel corridoio semibuio di una Accademia d'arte. C'è sempre una epifania, qualcosa che è insieme rivelazione e chiamata, alle radici di ogni destino artistico. Lì, nell'Accademia di Cracovia nella cupa Polonia del primi anni Sessanta dello scorso secolo, «c'erano certamente coperti di polvere e non guardati, gessi dell'Ara Pacis, e (...) sugli armadietti, il gesso grandioso della testa di un dio romano, con la fronte paziente esposta senza tempo alla polvere e alla luce grigia». Così Del Bravo su «Artista» del 1995, immaginando con poetica sensibilità evocativa, il luogo e le occasioni dei primi fatali incontri dell'adolescente Igor. In quegli anni, dovunque in Europa, parlare dell'Antico, ispirarsi a certi modelli, era semplicemente interdetto. Dell'Ara Pacis e della Venere di Milo, di Policleto e di Fidia ci si faceva beffe e gli studenti delle scuole d'arte, a Parigi come a Milano, utilizzavano gli Eroi e gli Dei delle gipsoteche per scriverci sopra frasi oltraggiose e proclami eversivi. Era inevitabile che fosse così, allora. La contestazione dei classici, la rivolta contro gli Dei e contro gli Eroi stanno nel codice genetico della nostra cultura europea e ogni tanto ritornano, per cicli ricorrenti, insieme alle rivoluzioni necessarie che devastano e rinnovano. Ma nella nostra cultura c'è anche la nostalgia della tradizione, c'è il senso di una ininterrotta contiguità con modelli che continuiamo a sentire malgrado tutto, vicini e fraterni. Sono suggestioni ed emozioni che in certi momenti della storia si inabissano come fiumi carsici per poi improvvisamente riemergere. In realtà non ci si può liberare dei greci e dei romani. Nessuno, nello scorso secolo, lo ha capito meglio del grande rivoluzionario Pablo Picasso.

È accaduto così che un ragazzo polacco, impressionato da qualche gesso tratto dall'Antico nella gipsoteca dell'Accademia di Cracovia, ha poi ritrovato quei fantasmi, incarnati in pario e in bianco di Luni, al Louvre e sotto il cielo della Grecia, al British e a Roma. Forse li ha ritrovati nel cortile dei Musei Capitolini, dove giganteggia una testa colossale insieme a frammenti scultorei (un piede, una mano minacciosa) di così inquietante dismisura e di così surreale assemblaggio che io non riesco a guardarli senza pensare a Mitoraj. Naturalmente c'è stato l'incontro con la Modernità. Se non ci fosse stato, lo scultore di origine polacca non sarebbe un artista del nostro tempo ma un antiquario, un collezionista di calchi. Il Surrealismo e il Simbolismo sono parti integranti della sua poetica. Immagino che nel suo tortuoso percorso fra Parigi e New York e Firenze, fra Città del Messico e Atene (nei tanti luoghi dove ha sostato e vissuto, dove ha esposto le sue opere raccogliendo ammirazione e consensi) molto deve averlo intrigato il mistero della forma pura, svincolato dagli obblighi della verosimiglianza, libera dai modi del naturalismo figurativo. Basta guardare la melodiosa astrattezza di certi suoi dettagli anatomici (un mento, un naso, la linea di un occhio, la curva di un omero) per capire che la tentazione c'è stata e anche molto forte. […]"

 

A. Paolucci, Il barbaro meraviglioso, quotidiano L’Osservatore romano, 17 maggio 2014

 

 

 

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